#13F – Nuove prospettive. Dallo stato sociale alla comunità sociale. Organizziamoci per costruire un’altra società.

Verso il Patto di mutuo soccorso- Comprendere il passato per costruire il futuro
Martedì 13 febbraio dalle 21:15 nell’ultimo incontro di questo ciclo di autoformazione ci concentreremo su:
” Nuove prospettive. Dallo stato sociale alla comunità sociale. Organizziamoci per costruire un’altra società.”

Ecco la traccia del secondo incontro di lunedì 29 gennaio
” Il Novecento. Dal compromesso sociale capitale-lavoro alla sua rottura. La fine del modello socialdemocratico e della strategia dell’integrazione.”

A premessa di questo secondo incontro ricordiamo che il welfare state ha rappresentato, nei fatti, un vero e proprio compromesso sociale, un “patto” voluto in particolar modo dalle classi dominanti stesse e posto a garanzia dell’economia di mercato, all’interno di un quadro socio-politico dove vi è stato un riconoscimento reciproco tra capitale e lavoro.

Siamo negli anni che precedono il primo conflitto mondiale. La conquista del suffragio universale maschile, che in Italia avverrà nel 1912, e sancirà il definitivo ingresso delle grandi masse popolari nella vita politica nazionale, non farà altro che rafforzare la strategia politica socialdemocratica, tutta incentrata, come abbiamo visto la volta precedente, nella conquista del potere statale per mezzo elettorale.

Sul piano Economico, con l’inizio del Novecento si avvia anche la seconda rivoluzione industriale. L’elettrificazione nazionale crea le premesse per la nascita delle grandi concentrazioni industriali. Le catene di montaggio sotto il controllo dell’organizzazione scientifica del lavoro garantiscono un aumento esponenziale della produttività consentendo un rapido abbattimento dei costi di produzione. Si apre la strada alla produzione di massa. Ovviamente tutto questo richiede che alla rapida evoluzione e incremento dell’offerta di beni debba affiancarsi la crescita della domanda.

Sarà Henry Ford che nelle proprie fabbriche di automobili svilupperà e porterà a concepimento questa rivoluzione nell’organizzazione del lavoro. Nella fabbrica moderna ogni singolo lavoratore ha una propria postazione e svolge mansioni tanto facili quanto ripetitive. Ogni parte della lavorazione è inglobata all’ interno delle grande fabbrica ad integrazione verticale. Tutto è ben esemplificato dalla sua dimensione spaziale. Lo stabilimento di River Rouge, realizzato prima della grande guerra ha un’estensione di 1115 acri ed è 420 volte più grande del vecchio Piquette street. Già nel 1925, con i suoi 105000 dipendenti, i 93 miglia di ferrovia interna e la sua centrale elettrica di 30000 kilowatt, produrrà circa un veicolo al minuto.

Ma Ford capisce e risolve l’altro nodo fondamentale che prima abbiamo posto e decide di accompagnare alla sua rivoluzione produttiva una forte crescita dei salari dei propri dipendenti, aprendo la strada a quello che sarà il modello della società dei consumi.

Si tratta come detto di concessioni che avvengono dall’alto. La classe dominante e il grande capitale vedono nella nascente società dei consumi più di un’opportunità per aprire una nuova fase di accumulazione del capitale. Siamo ancora in quella che sindacalmente viene definita la fase dell’accordo. Si fanno accordi di natura privata con le rappresentanze del movimento operaio, ma il ruolo dello Stato rimane marginale; sarà solo con la crisi del ’29 e dopo aspre lotte dall’esito per lungo tempo incerto, che si giungerà ad una vera istituzionalizzazione dl compromesso fordista. Lo Stato non solo ne diventa parte attiva, ma si fa garante stesso di quel compromesso, che in molti casi troverà spazio nei principi fondamentali delle costituzioni nate dalle ceneri della seconda guerra mondiale.

Tale compromesso non ha messo certamente fine alla lotta di classe, ma ne ha circoscritto la posta in gioco, delimitandola in uno specifico raggio di azione.

Con esso per il proletariato si apre una prospettiva concreta di fuoriuscita dalle proprie condizioni di miseria, di precarietà e di incertezza nel domani e d’oppressione senza misura. Vengono assicurati diritti formali (civili e politici) e reali (diritti sociali) sul cui rispetto sarà chiamato a vegliare proprio lo Stato. Di contro il movimento operaio rinuncia alla sua avventura storica di costruire un’altra società.

All’ interno del perimetro stabilito il proletariato ha continuato la lotta per migliorare a proprio favore i termini del compromesso per accrescere la retribuzione, per ridurre il tempo di lavoro e per garantirsi una migliore protezione sociale.

Conseguenza inevitabile dell’istituzionalizzazione del compromesso è la necessità da parte del movimento operaio di una sempre maggiore integrazione nelle strutture di comando capitalistiche. Tutto questo trova attuazione concreta, come sempre, dall’ ulteriore svolta della Socialdemocrazia tedesca sancita nel programma di Bad Godesberg del 1959. Se nei metodi c’è una continuità con il programma di Erfurt del 1891, con l’individuazione della conquista dello stato come strategia centrale del proletariato, dall’altra vi è una svolta nei fini. Nel programma, che detterà le linee guida del partito fino al 1989, è data centralità all’economia di mercato e si abbandona definitivamente ogni prospettiva di trasformazione sociale.

Ovviamente l’idea che la conquista del potere statale permettesse, se non di liberarsi dal giogo del capitalismo, almeno di alleggerirne il peso, non può che rafforzarsi nel contesto socio-istituzionale del compromesso fordista e lo stesso crescente intervento dello stato non ha altro scopo se non il rafforzamento dei termini di tale compromesso. L’intrinseco statalismo del movimento operaio di ispirazione socialdemocratica è proprio dovuto all’apparire dello Stato come istitutore e garante effettivo della propria sicurezza sociale.

Ma tale compromesso, in particolar modo il ruolo attivo dello Stato, ha rappresentato soprattutto una garanzia per la classe dominante, volto come era a sostenere la nuova fase di riproduzione del capitale stesso.

Lo Stato, infatti, dal lato economico, assieme alle funzioni di regolazione congiunturale (agendo sulla moneta e sulla spesa pubblica) e pianificazione, ha spesso provveduto a garantire la produzione attraverso un proprio intervento diretto.

Dal lato sociale, lo Stato, ha assicurato la riproduzione sociale della forza lavoro, sia attraverso la contrattazione del salario diretto, sia attraverso la continua crescita del salario indiretto (stato sociale).

Infine sul piano politico lo Stato ha rappresentato il garante del compromesso e il grande mediatore tra le varie organizzazioni rappresentative.

Il quadro economico certamente aiuta a sorreggere il compromesso sociale. Gli anni 50’ e ’60 sono anni di costante crescita. Cresce la produttività, crescono i salari, crescono i consumi e cresce l’intervento dello Stato che ormai gestisce ogni aspetto della riproduzione sociale.

All’inizio degli anni 70’ però il meccanismo sembra incepparsi. Vi è un calo consistente del saggio di profitto, gli aumenti del petrolio, dovuti alla prima crisi petrolifera del 1973 fanno schizzare i prezzi delle materie prime, e ciò si ripercuote inevitabilmente anche sul lato dei consumi. Le grandi lotte operaie di fine anni ’60, portano a notevoli conquiste sul fronte dei diritti e dei salari. Inoltre la macchina dello Stato si fa elefantiaca sotto le necessità di orientamento del consenso, in un quadro politico che vedeva il Partito Comunista insidiare la trentennale egemonia della Democrazia Cristiana. Tutte le condizioni che avevano permesso alla classe dominante di aprire una consistente fase di accumulazione a livello nazionale non solo sembrano venire meno, ma sembrano essere l’ostacolo principale all’apertura di una nuova fase.

Si rompe il quadro stesso di regolazione fordista che si fondava sulla possibilità di generare all’interno del quadro nazionale un circolo vizioso che connettesse aumento della produttività, diminuzione dei costi, crescita produttiva e aumento dei consumi, sotto la pressione di un’adeguata ripartizione tra salari e profitti.

Il compromesso fordista diventa dunque una prigione per la necessaria ristrutturazione del capitale. Per questo la classe dominante si convince della necessità di un suo rapido superamento per avviare un nuovo processo di accumulazione attraverso un rinnovamento del modo di produzione, sia nei metodi che negli spazi di intervento. Il progetto è quello di una riorganizzazione generale della società sulla base delle nuove necessità di riproduzione del capitale.

Il quadro nazionale diventa sempre più stretto per imprese che per competere devono sempre più internazionalizzarsi. Proprio i processi di internazionalizzazione dei mercati fanno sì che una parte crescente della domanda interna si rivolga all’offerta estera, e una quota crescente dei profitti nazionali venga investita all’estero. La deregolamentazione dei mercati finanziari e la liberalizzazione dei movimenti di capitali fanno il resto, favorendo la ricerca di facili guadagni speculativi, immediati e crescenti.

In questo quadro la politica economica dei Governi dovrà mutare rapidamente, non solo perché gli Stati vengono progressivamente privati dei propri mezzi di intervento, ma soprattutto questo dipende dal fatto che gli Stati, non potendo più assolvere il compito principale di regolatori di equilibri interni, diventeranno sempre più dipendenti dal vincolo esterno della competitività, la quale rende necessaria un’azione comune tra Governi e capitalisti.

Lo Stato è ormai esautorato dalle decisioni fondamentali, il mercato globale e le sue istituzioni diventano gli unici attori, al soggetto del lavoro non è più riconosciuta autonomia.

In definitiva la classe dominante non vuole più pagare il prezzo di un compromesso che prevedeva la redistribuzione degli incrementi di produttività tra salari e profitti, la crescita dei salari reali, la contrattualizzazione e legalizzazione del rapporto salariale, le garanzie collettive inerenti alla riproduzione della forza lavoro, in quanto non c’è alcun interesse a mediare con le altre classi nazionali nell’ottica di uno sviluppo nazionale autocentrico.

Di fronte al radicale cambiamento del quadro strategico le organizzazioni proprie del modello socialdemocratico manifestano una crescente inadeguatezza pratica, strutturale e di rappresentanza.

Il compromesso novecentesco ha portato certamente ad esiti parziali ma di grande importanza, come l’allargamento della cittadinanza politica e l’affermazione dei diritti sociali, ma la scomparsa di una prospettiva di trasformazione sociale nel nuovo quadro sta creando conseguenza sociali devastanti. La mancanza di una qualsivoglia prospettiva strategica, di un’alternativa, apre la strada al pensiero unico e il venir meno dell’idea stessa della politica intesa come strumento collettivo di trasformazione sociale, genera l’idea che ognuno si debba salvare da solo, alimentando frammentazione sociale e rancore. Vi è un aumento della concentrazione del potere e ricchezza in poche mani, la crescita dell’impoverimento, del disagio e dell’insicurezza in vasti strati sociali.

Tra gli istituti che entrano in crisi e che avevano giocato un ruolo fondamentale negli equilibri precedenti possiamo dunque annoverare anche lo Stato nelle sue varie articolazioni locali. Oggi all’interno del sistema globale, dove l’economia riesce ad estendere il proprio dominio anche sul politico, dove il potere reale è in mano alle lobby finanziarie e multinazionali, che governano attraverso le proprie istituzioni post-democratiche, la conquista dello Stato rimane nient’altro più che un feticcio. Il dato di fatto è che negli ultimi 30 anni sono cambiati i Governi, ma le politiche che sono state messe in essere sono grossomodo le stesse.

Ma c’è di più. Se la conquista dello Stato diventa un obiettivo parziale e del tutto inadeguato per chi vuole porsi nuovamente la questione della trasformazione sociale, diventa marginale l’organizzazione partito così come è stata pensata e strutturata nel corso del Novecento. E infatti è il partito stesso a cambiare sostanzialmente pelle. Da veicolo di partecipazione per le masse popolari e strumento collettivo di difesa di interessi particolari nella mediazione sociale, il partito si trasforma sempre più in gestore del potere, comitato d’affari, comitato elettorale. Per questo è il caso di riavvolgere il nastro e indagare se è possibile ripercorrere altre vie per riprendere il cammino della trasformazione della società. Dando vita ad un processo istituente che attraverso il ritorno all’azione collettiva riesca a ricostruire rapporti di forza favorevoli nella società. L’ordinaria manutenzione non basta più. Questo è il nostro cammino, di questo inizieremo a parlare la prossima volta.

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