Un’ alleanza necessaria

Se, nella maniera più semplice possibile sovrapponiamo i dati statistici che ogni settimana escono dai vari istituti di ricerca, ne risulta un quadro inequivocabile. Nel medio periodo, vuoi che prendiamo i valori della distribuzione delle ricchezze e patrimoni, vuoi i dati sull’andamento delle diseguaglianze, della povertà, dei salari e dell’occupazione, vediamo che siamo di fronte al fatto che mentre il 20% delle persone benestanti cresce in ricchezze e opportunità, il restante 80% vede di giorno in giorno peggiorare la propria condizione economica e sociale. Passando all’analisi dei dati non possiamo non prendere atto che quel che sta avvenendo intorno a noi non è certamente dovuto ad un fenomeno congiunturale (non siamo di fronte ad una semplice crisi causata dai bassi tassi di crescita), ma quel che ci si prospetta davanti è il capolinea del nostro modello di società, che non riesce più a creare lavoro, sicurezze, percorsi di vita e che altresì consuma il pianeta, distruggendo ogni anno molto di più di quanto esso riesce a riprodurre.
Ma se il nostro modello sociale è in
agonia, questo non vuol dire che il “collasso” sia dietro l’angolo. Potremmo
anzi trovarci in uno stato di lenta decomposizione, dove il problema dei
mutamenti climatici, delle grandi migrazioni, delle guerre per l’accesso alle risorse, dell’impoverimento generalizzato, andranno ad alimentare lo scontro,già in atto, del tutti contro tutti. Per evitare questo dovremo adoperarci per aprire conflitti con l’esistente, elaborare alternative e soprattutto cominciare a costruire attraverso le nostre azioni quotidiane un nuovo modello di società.
Un modello che dimostri sul campo che un altro vivere sociale non è solo possibile, ma anche auspicabile. Almeno
noi dobbiamo prendere velocemente consapevolezza che solo un cambio radicale di paradigma potrà salvarci. E muoverci conseguentemente.
Ma da dove partire? Come farlo? E chi dovrebbero essere gli attori di questo cambiamento?
Di fronte a questi quesiti il senso di impotenza che ci circonda è grande e i rapporti di forza ci vedono completamente ai margini. Le classi sociali così come le abbiamo conosciute nel novecento hanno subito pure loro processi di disgregazione dovuti a molteplici fattori che vanno dalla vittoria della cultura individualista, dall’entrata in crisi della politica intesa come strumento collettivo di cambiamento e dalla fine delle ideologie e delle grandi narrazioni. Oggi davanti a noi abbiamo una moltitudine di individui la cui caratteristica sta nella loro eterogeneità. Una moltitudine portatrice di un numero sempre crescente di domande, bisogni e necessità.
E proprio quel che lega questa moltitudine è proprio l’assenza di risposte da parte di una società che per propria natura, non è più in grado di fornire. Una società organizzata per ingrassare pochi e rendere poveri, oltre che schiavi tutti gli altri. Una società nel quale da una parte il denaro diviene
l’unico regolatore dei rapporti economici e sociali, e dall’altro le 8 persone più ricche della terra possiedono un patrimonio uguale a quello della metà degli abitanti del pianeta.
Ricostruire un’azione collettiva
dei molti per sovvertire l’enorme potere dei pochi oggi vuol dire creare le condizioni per costruire una rete, dove ogni maglia rappresenta una domanda senza risposta, e dove il collante è rappresentato dalla miscela tra la comune esigenza di lottare contro un potere che esclude e crea dipendenza, e la necessità di praticare un nuovo modello di società.
Lotta, pratiche e nuovo paradigma, resistenza, azione e costruzione diventano elemento portante di questa ribellione al sistema che deve necessariamente investire il sentire della maggioranza delle persone. Intorno a questi elementi è possibile ricostruire una comunità solidale, inclusiva e consapevole, che attraverso la partecipazione e l’autogoverno puó diventare il motore stesso della trasformazione sociale.
Lorenzo

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