Il pensierino dall’orto. Sulle Fave

Perchè i pensierini dall’orto?, Penso che la vita dell’orto sia a tutti gli effetti una bella metafora di quello che è oggi il mondo e la società dove viviamo. A 61 anni mi sono trovato nella condizione di esodato, per carità la mia una condizione se vogliamo privilegiata, esodo in attesa della pensione che arriverà, almeno lo spero, a breve, da qui la necessità di fare qualcosa, cosa meglio dell’orto. Nell’orto mi accompagna il mio maestro e amico Sergio un arzillo signore di 86 anni, attivo, pieno  di vita. Quello che ho instaurato con lui è un rapporto perfetto: mi insegna il mestiere dell’orto e mi racconta i tempi che furono, vuole da me che gli parli del mondo di oggi. Il mio orto si trova prospiciente la ex piazza di Careggi, oggi piazza Mayer, dove vivo con la famiglia. Il terreno è di proprietà dell’azienda ospedaliera che ci lascia coltivare un piccolo orto in cambio di un impegno a tenere pulito da rovi e sporcizie varie, uno scambio di mutuo interesse. Nelle lunghe giornate estive Sergio mi racconta la storia, lui si vanta con orgoglio di essere sceso in campo, quello vero, 74 anni fa. Lui e la sua famiglia erano tra i mezzadri degli sconfinati poderi dell’ospedale, terreni appartenuti alla famiglia dei Medici, che qui avevano la  fattoria. Mi racconta che loro coltivavano verdure: una metà veniva regolarmente e quotidianamente consegnata all’ospedale e serviva per i bisogni  alimentari dei malati, l’altra metà veniva venduta al mercato di S.Ambrogio. Io pensavo che il km 0 fosse un’ invenzione moderna: non ci abbiamo capito nulla, e continuiamo a non capirci nulla. I tempi cambiano, i poderi vengono abbandonati ma lui resta li e continua a coltivare. Mi racconta della vita dura di allora di quando si alzava la mattina alle cinque e ritornava a casa la sera alle dieci, mi dice: i giovani oggi quella vita che facevamo non sanno nemmeno che cosa sia. Le donne di casa avevano preparato la cena e provveduto a lavare a rammendare. Questo avveniva sette giorni su sette, domeniche comprese. Mi racconta di quando i pantaloni che portavano al lavoro spesso avevano più stoffa aggiunta di quella originale: il recupero, anche questo viene da lontano. Io una volta gli ho detto: “Ma guarda che succede così anche oggi: se prendi tanti lavoratori hanno ritmi assurdi, prendi quelli che lavorano nel commercio, nei negozi nei tuguri esistenziali dei centri commerciali tirati su a centinaia, anche li si lavora oggi dalle sette di mattina fino alle undici di sera e minimo cinquanta domeniche all’anno”. Sergio mi guarda con aria serafica e tranquilla, un bonzo tibetano in contemplazione rispetto a lui pare uno psicopatico stressato e mi dice: “Ma allora non è cambiato nulla”. Io a quel punto mi alzo da sedere, prendo la vanga e comincio a preparare il terreno perchè ci sono da piantare le fave. Nel mentre il mio pensiero corre: come fare a non collegare il nome di questo meraviglioso ortaggio alla condizione moderna dell’essere umano e soprattutto alla storia di chi in questo paese lavora e soffre ?

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