“Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”: analisi della proposta di Legge.

Sulla scorta delle Linee Guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) relative alla “prevenzione e l’eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto delle donne durante l’assistenza al parto nelle strutture ospedaliere1 nonché delle Dichiarazioni Universali sulla “eliminazione della violenza contro le donne”, in data 11 marzo 2016 è stata presentata una proposta di Legge intitolata “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”.

Le richiamate Linee Guida dell’ OMS stabiliscono espressamente che:

Ogni donna ha il diritto al migliore standard di salute possibile, che include il diritto all’assistenza dignitosa e rispettosa durante la gravidanza e il parto, così come il diritto ad essere libera dalla violenza e dalla discriminazione.

Abuso, negligenza o mancanza di rispetto durante il parto possono condurre alla violazione dei fondamentali diritti umani della donna, come descritto nelle norme e nei principi dei diritti umani adottati internazionalmente”.

Le norme ed i principi di diritto internazionale richiamati dall’ OMS sono quelli adottati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite –Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne – con la Risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993 che sancisce che “Le donne hanno il diritto ad un uguale godimento e garanzia di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in ogni altro campo. Questi diritti includono tra l’altro: (…) f) il diritto al più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale(art. 3) e definisce “violenza contro le donne” “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata” (art. 1).

La proposta di legge in parola, muove pertanto, dalle sopra citate Dichiarazioni e pone tra le molteplici finalità anche -e soprattutto- quella di considerare la donna partoriente non come oggetto di trattamenti bensì come soggetto di cure, prevendo, a tal fine:

– il rispetto della dignità della donna e contestuale diritto della stessa ad un’esperienza positiva del parto e della nascita, preservando e mantenendo la propria integrità psico-fisica. L’art. 6 dispone, infatti: “È fatto divieto di rivolgere espressioni umilianti o degradanti alla donna durante il travaglio, in quanto lesive della sua dignità personale e pericolose per il parto. (…) È fatto divieto al personale sanitario, medico e paramedico di esprimere commenti o apprezzamenti sconvenienti sul corpo della donna. (…) La donna ha il diritto di rifiutare la rasatura del pube e il clistere prima del parto in quanto trattamenti degradanti e privi di giustificazione medica (…)”;

-la riduzione al minimo del ricorso al parto medicalizzato ed al taglio cesareo -ove non necessario- fornendo la definizione di parto fisiologico quale “modalità spontanea di evoluzione dei tempi e dei ritmi della nascita, senza interventi esterni che possano modificare, rallentare o accelerare il processo del parto” (art. 8) ed introducendo la possibilità per la donna di un parto non operativo anche in presenza di un pregresso taglio cesareo (art. 4);

– la necessità e l’importanza del consenso -e del dissenso- informato, libero e consapevole della donna ad i trattamenti medici sia durante il travaglio che durante il parto, considerando la partoriente “titolare dei diritti fondamentali della persona senza alcuna limitazione nel periodo del travaglio e del parto” (art. 2);

– la garanzia, per ogni donna, di vedersi riconosciuto il diritto a vivere il travaglio, il parto e la nascita in un contesto umanizzato e sicuro, con possibilità di scegliere il luogo ove partorire (strutture sanitarie pubbliche o private accreditate o autorizzate; case di maternità extraospedaliere o intra-ospedaliere; presso il domicilio della donna o presso altro luogo dalla stessa indicato) e ricevere i rimborsi per il parto a domicilio, le cui condizioni, modalità ed entità sarebbero poi attribuite alla competenza della potestà legislativa concorrente delle Regioni (art. 9); nonché, per i genitori che ne facciano espressa richiesta, il “diritto alla nascita lotus” consistente nella “non recisione del cordone ombelicale” obbligando, pertanto, le strutture ospedaliere all’adozione di protocolli ad hoc (art. 16).

Viene, inoltre, posto espresso divieto per il personale sanitario, fatti salvi i casi di assoluta e documentata necessità medica, di effettuare le seguenti pratiche di cui all’art. 3:

a) episiotomia: taglio chirurgico del perineo e della vagina;

b) uso della ventosa o del forcipe: estrazione forzata del neonato dal canale vaginale, di solito associata all’episiotomia;

c) rottura artificiale delle membrane: rottura del sacco amniotico da parte del medico o dell’ostetrica;

d) manovra di Kristeller manuale o strumentale: forte spinta sull’addome della donna per esercitare una pressione sul fondo uterino e accelerare l’uscita del bambino dal canale del parto;

e) manovra di Valsalva: dare ordini alla donna su come e quando spingere durante il travaglio e il parto;

f) induzione farmacologica del travaglio: somministrazione di farmaci per innescare o aumentare le contrazioni uterine;

g) ogni altra pratica lesiva dell’integrità psico-fisica della donna.

In aggiunta a quanto appena sopra evidenziato è da segnalare, altresì che, mutuando una classificazione già nota in altri Paesi -quali Venezuela, Argentina e Messico- la proposta di legge in questione mira anche ad introdurre nel nostro ordinamento un’autonoma e del tutto nuova fattispecie di reato denominata “atti di violenza ostetrica” che punirebbe i relativi responsabili con la reclusione da due a quattro anni, salvo che il fatto costituisca più grave reato.

La definizione giuridica di “violenza ostetrica” si rinviene, infatti, nella legislazione venezuelana, più precisamente nell’art. 15 dellaLey Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia” nell’ambito della quale viene definita come “appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali avendo come conseguenza la perdita di autonomia e della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna”.

Sulla stessa ratio legis sembra collocarsi la proposta di legge che all’ art. 12 che definisce atti di violenza ostetrica “le azioni o le omissioni realizzate dal medico, dall’ostetrica o dal personale paramedico volte a espropriare la donna della sua autonomia e della sua dignità durante il parto”.

Appare chiaro, dunque, come il termine “violenza ostetrica” verrebbe impropriamente ed erroneamente utilizzato ove riferito alla relativa categoria professionale essendo, piuttosto, ascrivibile a tutti gli esercenti la professione sanitaria che, in occasione del travaglio e del parto, abbiano prestato la propria assistenza alla partoriente ed al neonato.

Sempre all’interno del medesimo art. 12 si rinviene poi un elenco dettagliato e tassativo di atti qualificabili come violenza ostetrica nell’ambito dei quali rientrano le seguenti casistiche:

a) negare un’assistenza appropriata in caso di emergenze ostetriche;

b) obbligare la donna a partorire in posizione supina con le gambe sollevate;

c) ostacolare o impedire il contatto precoce del neonato con la madre senza giustificazione medica; d) ostacolare o impedire il processo fisiologico del parto mediante l’uso di tecniche di accelerazione del parto senza il consenso espresso, libero, informato e consapevole della donna;

e) praticare il taglio cesareo in assenza di indicazioni mediche e senza il consenso espresso, libero, informato e consapevole della donna;

f) esporre il corpo della donna violando la sua dignità personale.

La proposta di legge disciplina anche il risarcimento in sede civile del danno biologico, morale ed esistenziale cagionato alla donna e alla sua famiglia conseguente ad assistenza, durante il travaglio e il parto inappropriata, negligente, imprudente, imperita e lesiva dei diritti fondamentali con ripartizione dell’onere probatorio, in ordine alla corretta e appropriata assistenza medica durante il travaglio e il parto, a carico del medico, dell’ostetrica e della struttura sanitaria (art. 13).

Nonostante quanto si qui esposto rivesta le caratteristiche di una proposta di legge, il nostro ordinamento riconosce comunque tutela, ricorrendo condizioni e presupposti di legge, alla donna che ritenga di aver subito lesioni della propria integrità psico-fisica e/o alla propria dignità personale durante il travaglio di parto ed in conseguenza dello stesso.

Pur non essendo, tuttavia, possibile prospettare un’elencazione generalizzata ed aprioristica delle fattispecie, si può certamente ricordare che talune condotte possono comunque venire in rilievo non solo sotto il profilo penale come autonome fattispecie di reato, di volta in volta astrattamente configurabili, la cui qualificazione giuridica, in ogni caso, resta di competenza dell’ Autorità Giudiziaria, ma anche sotto il profilo civilistico venendo in rilievo la responsabilità contrattuale e/o extracontrattuale, anche in via solidale, della struttura e degli operatori.

In tale ultimo caso si rammenta che caso il D. Lgs. n. 28/2010, in ottica deflattiva del contenzioso, ha introdotto l’obbligatorietà della mediazione nelle controversie concernenti la responsabilità sanitaria, quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, con tempi e costi estremamente ridotti in caso di esito positivo della stessa.

articolo a cura del Servizio Consulenza e Assistenza Legale -Rete Sociale Fòrimercato

1 World Health Organization, 2014.

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