Mutualismo 2.0. Tracce per un progetto di trasformazione sociale

Volevo condividere un po’ di riflessioni sui temi che come Rete Sociale Fòrimercato proviamo a portare avanti. Parto dal passato con l’obiettivo di progettare un possibile futuro. Andrò per punti e cercherò di essere più breve possibile.

Capisco anche che la costruzione è parziale e necessita sicuramente di integrazioni data la complessità dei temi. Prendetelo come una traccia per aprire una riflessione.

  1. Il mutuo soccorso, al pari del movimento cooperativo nasce e si sviluppa nella seconda metà dell’ottocento. La classe dei lavoratori vessa in condizioni di povertà e sfruttamento disumano. La società è fondata sulla diseguaglianza. La classe operaia si dota di proprie istituzioni, unisce le proprie miserie, le condivide e si coalizza. La somma delle debolezze diventa una forza creativa inimmaginabile. L’obiettivo è la trasformazione della società. Le leghe di resistenza, le SMS, le cooperative di consumo e di lavoro, le case del popolo e le stesse camere del lavoro sono il tentativo di costruire una società nella società.
  2. Con la seconda internazionale Marx e il suo pensiero diventano egemoni nelle strategie del movimento operaio. La trasformazione sociale ora passa dalla conquista dello stato. La socialdemocrazia tedesca diventa il modello del nuovo partito massa ideologico, burocratico e centralizzatore. Tutte le vecchie istituzioni operaie, e quelle nuove che nasceranno, divengono organi collaterali al partito per la conquista del fine primario. Il potere. Non ha importanza se attraverso la rivoluzione o in forma graduale. L’obiettivo primario resta quello. La trasformazione della società è rimandata al dopo.
  3. La rivoluzione dei Soviet in Russia non fa che confermare la strategia generale dei partiti operai.
  4. D’altra parte l’entrata delle masse sulla scena politica costringe lo stato a concessioni di carattere assistenziale, sanitario e scolastico. Nascono le prime forme di welfare state come risposte dell’ autorità al crescente malcontento sociale. L’imperativo è integra e irreggimenta. Anche qui il modello è la Germania di Bismark. Come sappiamo tutto questo non basterà e lo stato liberale collasserà davanti ai vari fascismi e nazionalismi.
  5. Con la sconfitta del nazifascismo rinasce la democrazia, prende corpo e si forma la cosiddetta repubblica dei partiti. Eserciti civili si scontrano per la conquista dello stato. Ogni sforzo è incardinato sempre più verso l’obiettivo. Crescono le organizzazioni collaterali, per molti aspetti, anche il sindacato diventa una di queste. Il nuovo compromesso tra capitale e lavoro, sancito anche qui dalla svolta della socialdemocrazia tedesca, segnerà il riconoscimento del lavoro all’interno di una democrazia progressiva. L’obiettivo è quello di includere e emancipare un numero crescente di persone. La rinuncia definitiva è la messa in soffitta di ogni pretesa di trasformare la società. All’interno del compromesso capitale lavoro prende forma, oltre alla legislazione sul lavoro, tutto il sistema di welfare state universalistico, gestito dallo stato, cioè dai partiti, che lo utilizzano sempre più come strumento di consenso, alimentando sprechi, mala gestione, ruberie e disservizi.
  6. Anche i partiti operai, da soggetti volti alla conquista dello stato, diventano sempre di più macchine per l’occupazione dello stato. Il sistema dei partiti, dopo una lunga agonia, per fattori sia interni che esterni, collassa sia davanti all’impotenza di rappresentare realmente domande sociali sempre più articolate e complesse sia perché viene meno il suo fine. Infatti la conquista dello stato diventa sempre più una semplice vittoria di Pirro. Il potere stà altrove.
  7. Il neoliberismo infatti impone un nuovo ordine mondiale. Il compromesso capitale lavoro è rotto. Il mercato e la competizione si fanno globali e questo in particolar modo ribalta i rapporti di forza di una classe dei lavoratori che si trova a dover competere tra se per sopravvivere. C’è un problema. Quando tutto diventa merce e quando ti trovi solo e con pochi strumenti all’interno della competizione non ti resta che provare a salvarti. Vince l’individualismo. Il concetto stesso di classe si sbriciola. Si tenta di far da soli. La politica non è pensata più come strumento collettivo di cambiamento. Il campo avverso ha vinto, prima che sui nostri corpi, sulle nostre menti.
  8. Finisce la concertazione sociale, cappello sul quale si erano riparate le forze sociali nella loro fase di declino. Il sindacato d’altronde è sempre più spesso disarmato e impotente, chiamato semplicemente a gestire la ritirata. A volte lo fa in modo onorevole, altre meno. Lo stato non è più il detentore reale del potere. E’ il mercato, con le sue istituzioni, che guida e impone agli stati stessi, indirizzi e scelte, che si rileveranno, per questi, spesso obbligate, se vorranno continuare ad avere il sostegno dei flussi di capitale, necessario per finanziare investimenti, ma anche l’ingente debito pubblico.
  9. Mettiamo dunque in fila un po’ di cose. Prima di tutto è necessario analizzare la situazione attuale in modo profondo, soprattutto dovremo stare attenti di non fare l’errore di sbagliare le cause con gli effetti. La crisi del modello sociale europeo, il ridimensionamento del welfare state, la deregolamentazione del mercato del lavoro e il processo di privatizzazione e dismissione del pubblico sono gli effetti della rottura del compromesso tra Capitale e Lavoro e della lotta di classe dall’alto portate avanti con convinzione dal nuovo capitale globale sorretto dal pensiero neoliberista.
  • Lo stato ha perso gran parte delle sua autonomia, la democrazia si è trasformata nel suo simulacro. L’Italia stessa, stretta all’interno dei trattati Europei e schiacciata dall’enorme debito pubblico è ormai un organismo impotente. Chiunque vada al governo si ritrova margini di autonomia ristrettissimi. Negli ultimi anni abbiamo constatato che si sono alternati Governi di tutti i colori, ma questo non ha cambiato le linee guida delle politiche portate avanti.
  • Questo obbliga tutti noi ad una riflessione. Se la conquista dello stato non è più lo strumento per la trasformazione sociale, in quanto esso diventa il guardiano del nuovo ordine globale, se l’alto è bloccato, dovremo provare ad agire nel basso costruendo alternative concrete nei territori, provando a rigenerare un tessuto sociale trovando linee di convergenza intorno a temi e bisogni condivisi. Questo ovviamente rompe con la strategia del movimento operaio di tutto il ‘900. Non più la costruzione del Partito per la conquista dello stato, ma la pratica dell’obiettivo, coalizzando e federando le tante esperienze e persone che lavorano ogni giorno per costruire un mondo migliore.
  • La proposta verte nel rilanciare il tema della trasformazione sociale senza passare dalla conquista dello stato sfidando il neoliberismo e il mercato nel proprio campo di battaglia. Contro coloro che vorrebbero ridurre tutto a merce, noi dovremo agire creando spazi demercificati, dove trasformare il sentimento del far da se individuale in far da se solidale. Perché un singolo bisogno può spesso diventare un problema se affrontato a livello individuale, ma creando una rete autonoma di beni e servizi, questo bisogno non solo può trovare soluzione, ma può essere tramutato addirittura in un’opportunità. Creare dunque sistemi autonomi di credito, di approvvigionamento alimentare per spezzare la rete di sfruttamento e valorizzare le produzioni locali, favorire la sostenibilità e l’autonomia energetica e creare un vero sistema di welfare di prossimità con forte carattere comunitario e fondato sulla partecipazione attiva delle persone e dei soggetti, non più utenti passivi. Questo ci renderebbe sempre più autonomi dal sistema e non contribuiremo più ad alimentare la catena del profitto, della quale spesso siamo complici consapevoli. Rendersi autonomi è il primo passo per non essere più sottoposti ai continui ricatti del sistema che in ogni momento può strangolarci. Questo per me rappresenta un vero e proprio piano C per l’Europa delle persone. Autonomo dalla sola richiesta di una riforma dell’Europa e alternativo a chi prospetta una copiosa uscita.
  • Chi vede questa strategia come complice alla dismissione di parte dello stato, mi sento di rispondere che il Mutualismo 2.0 non è pensato come strumento di supplenza, ma come il reale tentativo di svincolarsi dal paradigma di questa società, che si fonda sulla necessità di una crescita infinita e che ci obbliga a produrre, consumare e sprecare più cose possibile per sostenere il PIL, unica fonte per poi trovare le risorse per alimentare il sistema. Costruire un altro paradigma è a mio avviso la premessa per cambiare i rapporti di forza partendo proprio dai territori dimenticati e desertificati. Realizzare spazi di società potrebbe generare una reazione a catena dimostrando fattivamente, alla stragrande maggioranza persone che ogni giorno pagano gli effetti di questo modello insostenibile, che un’alternativa non è solamente possibile, ma anche auspicabile. Ripercorrendo strade forse abbandonate troppo frettolosamente. Questo intendo per mutualismo 2.0.
  • Una strategia sociale, ma politica nello stesso tempo che potrebbe affrontare anche il nodo della rappresentanza per superare la distanza che c’è tra una società politica fatta di professionisti e una società ricca di esperienze e sempre più spesso decantata, ma poi utilizzata solo come bacino elettorale.

Lorenzo

 

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