Bullismo: i vari profili di responsabilità ed i possibili strumenti di prevenzione.

Il termine bullismo viene utilizzato per la prima volta nel nostro sistema legislativo dalla Legge n. 107/2015 e, precisamente all’art. 1 comma 7 lettera l) che, nell’ambito degli obiettivi formativi prioritari delle Istituzioni Scolastiche annovera, ex multis, anche la “prevenzione e contrasto della dispersione scolastica, di ogni forma di discriminazione e del bullismo, anche informatico”.

Bullismo è termine di derivazione inglese (bulling) indicante un insieme di comportamenti, costanti e ripetuti nel tempo, di prevaricazione, di emarginazione, di arroganza, e di utilizzo di forza o di potere tali da intimorire una persona più debole.

Nel nostro ordinamento giuridico manca una una definizione “positiva” di bullismo ed è solo grazie al preziosissimo apporto della Giurisprudenza che, riconducendo la fattispecie in esame all’interno di altre figure criminose già previste e disciplinate dal codice penale, è stato possibile rinvenire una definizione del fenomeno quale insieme di condotte, sostanzialmente prevaricatorie -come appena sopra descritte- realizzate da un singolo, con la complicità di terzi.

Ma perché si possa parlare di bullismo occorre, altresì, che le condotte in questione presentino le seguenti ulteriori caratteristiche:

1. la reiterazione nel tempo (ovvero deve trattarsi non di episodi isolati ma di comportamenti ripetuti);

2. l’unificazione sotto il profilo psicologico (ovvero i comportamenti in questione devono essere sorretti dalla coscienza e volontà di cagionare alla vittima una lesione dell’integrità, fisica o morale).

Solo quando sussistono cumulativamente tutti questi requisiti si può iniziare a discutere di bullismo.

Pertanto, a scopo meramente esemplificativo, ma non esaustivo, un episodio di mera conflittualità tra compagni di classe; un litigio singolo anche se violento; o, ancora, un episodio isolato di scherno o di derisione non consentono, di per sé sole, la qualificazione di tali condotte in termini di bullismo.

Oltre alla mancanza di definizione legislativa, il secondo -e consequenziale- problema che il bullismo pone è dato dall’assenza di un’autonoma fattispecie penale “tipica”: come anticipato, in premessa, infatti non esiste nel nostro ordinamento una norma specifica che qualifichi il bullismo come reato.

In ragione di ciò le condotte del “bullo” possono venire astrattamente in rilievo:

-o come singole figure di reato, ad esempio integrando i reati di percosse (art. 581 cod. pen.); diffamazione (art 595 cod. pen.); atti persecutori (art. 612-bis cod. pen.); molestia (art. 660 cod. pen.); frode informatica (art. 640-ter cod. pen.); sostituzione di persona (art. 494 cod. pen.); estorsione (art. 629 c.p.); interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis c.p.); violenza sessuale (art. 609-bis c.p.) etc.

-o non venire affatto in rilievo, non essendo penalmente perseguibili (si pensi, ad esempio, a quelle condotte di emarginazione che, in genere, si identificano sempre in condotte omissive e non violente oppure, ancora, a comportamenti estrinsecantesi in meri atteggiamenti di indisciplina).

Non solo. Il fenomeno del bullismo diviene maggiormente delicato e complesso allorché l’autore delle condotte in questione è soggetto minore di anni 14 in quanto, a norma dell’art. 97 cod. pen., “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni”.

Quanto ad i minori di età ricompresa fra i 14 e i 18 anni è il Giudice che dovrà accertare, caso per caso, l’imputabilità o meno in quanto a norma dell’ art. 98 c. p. “è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto aveva compito i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva la capacità di intendere e di volere, ma la pena è diminuita».

In ragione delle premesse bisognerà distinguere tra:

a) Minori di anni 14.

Posto che il minore di anni 14 non è mai imputabile penalmente né, sotto il profilo civilistico, capace di intendere e di volere, dell’eventuale danno da quest’ultimo cagionato risponderanno, in sede civile, a norma degli artt. 2047 e 2048 cod. civ.:

i genitori, in capo ad i quali sussistono la culpa in educando e la culpa in vigilando, la quale ultima viene meno allorché il minore sia affidato a terzi. Più precisamente, con l’affidamento del minore a terzi, i genitori sono sollevati dalla sola culpa in vigilando ma non anche dalla culpa in educando che, invece, rimane sempre sussistente.

i precettori, ovvero gli insegnanti, giusta la sussistenza rispetto agli stessi della culpa in vigilando dal momento in cui il minore incapace viene loro affidato, fatta salva la dimostrazione di non aver potuto impedire il fatto. Le responsabilità del genitore e dell’insegnante, saranno, invece, sempre solidali e concorrenti (ovvero non alternative ma cumulative) quando il minore è capace dal punto di vista naturalistico (ossia in grado di comprendere il valore delle proprie azioni);

i Presidi, in capo ad i quali sussiste la culpa in organizzando, ex art. 2043 cod. civ., nell’eventualità in cui non abbia adottato le misure idonee a garantire la sicurezza in ambito scolastico rispetto all’operato del personale, ed ex art. 2051 cod. civ. (danno da cose in custodia).

Pertanto, allorché il comportamento del minore abbia cagionato un danno dimostrabile sarà possibile agire per chiedere il risarcimento, in sede civile, nei confronti dei soggetti appena sopra menzionati.

b) Minori di età ricompresa fra i 14 ed i 18 anni.

In relazione alle condotte poste in essere da minori di età ricompresa tra gli anni 14 ed i 18 l’imputabilità sussiste ove venga dimostrata la capacità di intendere e di volere.

La competenza per i reati eventualmente commessi da i soggetti in questione è del Tribunale per i Minorenni, quale Giudice di primo grado.

Anche rispetto all’esercizio del diritto di querela il legislatore penale ha voluto distinguere due ipotesi disponendo, all’art. 120 cod. pen. che, per i minori di anni 14, il diritto di querela venga esercitato dal genitore, mentre i minori che abbiano già compiuto gli anni 14 possono esercitare il diritto di querela e, in loro vece, tale diritto può essere esercitato da i genitori o dal tutore, nonostante ogni contraria dichiarazione di volontà, espressa o tacita, del minore.

Nell’ambito del processo minorile è, tuttavia, preclusa al danneggiato la possibilità di costituirsi parte civile e, dunque, delle eventuali richieste risarcitorie dovrà essere investito il Giudice civile.

***

Ma è possibile intervenire prima, evitando, cioè la produzione del danno ?

Se, infatti, il comportamento del “bullo” non ha ancora cagionato alcun danno, ma si pone solo come potenzialmente dannoso o pericoloso, si può ancora intervenire e prevenire, così, il danno.

La Direttiva del Ministero della Pubblica Istruzione n. 16 del 5 febbraio 2007 ha riconosciuto in capo ad ogni Istituto Scolastico una propria autonomia nel predisporre le strategia educativa più idonea alla prevenzione del bullismo.

La Direttiva in esame ha introdotto degli Osservatori Regionali Permanenti sul bullismo, istituiti presso gli Uffici Scolastici Regionali.

Con la nota 2 dicembre 2015 sono state poi fornite indicazioni operative per la riorganizzazione degli stessi: una delle indicazioni operative prevede la costituzione di un nucleo operativo costituito da uno o tre Docenti referenti, utilizzati presso gli Uffici Scolastici Regionali e gli ambiti territoriali.

Sempre la Direttiva n. 16/2007 richiama la finalità educativa (quindi non repressiva) del potere disciplinare riconosciuto in capo ad ogni Istituto Scolastico nell’adozione di provvedimenti disciplinari in conformità a quanto disposto dal D.P.R. n. 294/98 (Statuto delle Studentesse e degli Studenti).

Pertanto, presa visione del Regolamento di Istituto, è possibile segnalare i fatti, in maniera sufficientemente precisa e dettagliata, al personale scolastico a ciò preposto affinché intervenga celermente con le modalità ed i provvedimenti ritenuti più idonei.

Ricordiamo, infine, che il personale scolastico riveste, altresì, la qualifica di pubblico ufficiale ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 357 cod. pen. e, pertanto, ha l’obbligo di presentazione della denuncia in relazione a quei reati, procedibili d’ufficio, di cui sia venuto a conoscenza nell’esercizio delle sue funzioni.

L’inosservanza dell’obbligo di presentazione della denuncia di cui sopra integra gli estremi del delitto, a procedibilità d’ufficio, di omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale di cui all’art. 361 cod. pen.

Articolo a cura del Servizio Consulenza e Assistenza Legale – Rete Sociale Fòrimercato –

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